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    <title><![CDATA[Blog di borsaforextradingfinanza]]></title>
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    <description>Borsa, Finanza, Trading, Forex. I Grandi Mercati interpretati da uno dei maggiori esperti del settore.</description>

        <language>it</language>
    
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        <title><![CDATA[Blog di borsaforextradingfinanza]]></title>
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    <pubDate>Sat, 25 May 2013 16:59:03 +0200</pubDate>    <lastBuildDate>Sat, 25 May 2013 16:59:03 +0200</lastBuildDate>    <generator>It.over-blog.com RSS 2.0 Engine</generator>    <copyright>Copyright 2013 www.borsaforextradingfinanza.net</copyright>            <category>Economia</category>    <docs>http://www.rssboard.org/rss-specification/</docs>                        
      <item>
        <title><![CDATA[La patacca da 5 euro - di Ernesto Ferrante]]></title>
        <link>http://www.borsaforextradingfinanza.net/article-la-patacca-da-5-euro-di-ernesto-ferrante-118045262.html</link>        <description><![CDATA[<p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong><img src="http://www.rinascita.eu/mktumb640a.php?image=1366819271.jpg" class="CtreTexte" alt="http://www.rinascita.eu/mktumb640a.php?image=1366819271.jpg"
    height="258" width="500">Sta diventando la barzelletta d’Europa. A meno di un mese dall’emissione della nuova banconota da 5 euro, con tanto di testimonial d’eccezione (il presidente
    mega-galattico della superbanca europea Mario Draghi), le associazioni di tutela dei consumatori sono già sul piede di guerra contro la Bce, accusata di aver dato “una rara dimostrazione di
    arroganza, approssimazione, mancata pianificazione”, addossando a consumatori ed esercenti disfunzioni e danni derivanti dal mancato aggiornamento preventivo dei software nei distributori
    automatici di beni e servizi.</strong></span><br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>La nuova banconota da 5 euro, in circolazione dal 2 maggio, denuncia Federconsumatori, non viene quasi mai accettata dai distributori automatici (nove volte
    su dieci viene “risputata” fuori, non riconosciuta, come se fosse falsa). Che si tratti di farmacie, benzinai, biglietterie della metropolitana e delle ferrovie oppure di distributori di pasti
    caldi, parcometri e tabaccherie, la musica non cambia. Il biglietto con il volto della dea greca Europa, che affiora in controluce e sull’ologramma, non è gradito. Non si capisce perché,
    ironizzano dal sodalizio presieduto da Rosario Trefiletti, la tecnocrazia più avanzata d’Europa, non abbia approntato i giusti accorgimenti per prevenire il caos di questi giorni nei sistemi di
    pagamento automatici, che pur avrebbe il compito di salvaguardare.</strong></span><br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Con l’emissione della nuova banconota da 5 euro si è procurato un danno a consumatori ed esercenti, che devono sopportare costi di aggiornamento per
    centinaia, in alcuni casi migliaia di euro pro-capite. Bisognerebbe riprogrammare i dispositivi ed aggiornare i software ma a chi conviene farlo se si considera che fra poco si dovranno fare i
    conti anche con altre nuove banconote? Data l’attenzione mostrata, inoltre, potrebbero tranquillamente verificarsi altri intoppi.</strong></span><br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Adusbef e Federconsumatori, per evitare che si possa replicare l’ennesima figuraccia, che si tradurrebbe in ulteriore tangibile danno ad utenti ed imprese
    nei prossimi mesi, quando “i soloni” della Banca Centrale Europea provvederanno ad immettere sui mercati nuove banconote da 20 e 50 euro, in un sistema pianificato di sostituzione del vecchio
    circolante, hanno dato mandato ai propri legali di chiamare in giudizio la Bce, “per rispondere dei danni procurati ai consumatori”.</strong></span><br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Fonte: www.rinascita.eu</strong></span>
  </p>]]></description>
        <pubDate>Sat, 25 May 2013 16:55:00 +0200</pubDate>        <guid isPermaLink="false">e55343debe578f577eed43a78449c015</guid>
                <category>FOCUS ECONOMIA E FINANZA</category>        <comments>http://www.borsaforextradingfinanza.net/article-la-patacca-da-5-euro-di-ernesto-ferrante-118045262-comments.html#anchorComment</comments>                    </item>
      <item>
        <title><![CDATA[Elkann conferma: la Fiat se ne va - di Andrea Angelini]]></title>
        <link>http://www.borsaforextradingfinanza.net/article-elkann-conferma-la-fiat-se-ne-va---di-andrea-angelini-118045215.html</link>        <description><![CDATA[<p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong><img src="http://www.rinascita.eu/mktumb640a.php?image=1319558727.jpg" class="CtreTexte" alt="http://www.rinascita.eu/mktumb640a.php?image=1319558727.jpg"
    height="258" width="500">Piccoli Agnelli crescono. Male. John Elkann primo azionista e presidente della Fiat non ha mutato le storiche abitudini di famiglia come quella di ritenere che tutti i
    contributi pubblici e i regali veri e propri ricevuti nel corso di più di un secolo fossero dovuti e che il Lingotto non ha nessun motivo di sentirsi in debito con il nostro Paese. Il nostro,
    evidentemente non il loro perché l’intera Famiglia è compatta nella decisione presa da anni di smobilitare gli stabilimenti dell’auto in Italia e di trasferire la sede direttiva negli Usa dove
    entro l’anno verrà formalizzata la fusione societaria e industriale di Fiat Auto con la controllata Chrysler. Una Chrysler che, a differenza della sua controllante, e grazie agli aiuti finanziari
    consistenti ricevuti da Barack Obama ha continuato a sfornare nuovi modelli e a tornare presto in utile. Del resto perché stupirsi? Senza aiuti pubblici non possiamo restare in Italia, hanno
    fatto capire gli eredi dell’Avvocato, non più disposti ad investire soldi propri, che poi sono i nostri, nel senso di noi italiani, per produrre vetture che richiedono un impegno che non può
    essere di tutti. Non si può pensare infatti di fare grande un’azienda e di svilupparla se si continuano a realizzare soltanto modelli come la 500 e la Panda (cittadine) o la Punto (utilitarie)
    che si rivolgono ad una clientela medio-bassa e che assicurano scarsi profitti, nel rapporto tra costi e ricavi. Le concorrenti estere europee al contrario hanno investito in tutti i segmenti di
    mercato e i risultati le hanno premiate tanto da portarle ad occupare fette di mercato nelle quali la Fiat era presente. Ma non si è trattato tanto di incapacità quanto di mancanza di volontà di
    produrre modelli che, fra le altre cose, implicano l’esistenza di una strategia di lungo periodo che ai torinesi manca completamente. Per un oltre cento anni gli Agnelli e gli altri rami della ex
    famiglia più ricca d’Italia hanno invocato a pieni polmoni che anche quella italiana fosse una economia basato sul Libero Mercato, ossia sulla concorrenza. In realtà è stata sempre la Fiat di
    Valletta e dell’Avvocato ad ottenere che l’Italia fosse un mercato protetto nel quale gli stranieri non potessero impiantare fabbriche d’auto. Vedi l’Alfa Romeo praticamente regalata dallo Stato.
    Un Paese nel quale le importazioni di auto di altre case estere fossero contingentate. Poi con il vero arrivo del Libero Mercato, libero per tutti, la musica è cambiata e per la Fiat è stata
    notte fonda. Perché ha cominciato a pesare la qualità del prodotto che i torinesi avevano perso di vista, troppo presi come erano dal raggiungere un equilibrio tra il gruppo Fiat e le società
    finanziarie di famiglia che le controllavano e ancora le controllano. Poi, dopo la morte dell’Avvocato le protezioni bancarie e politiche si sono dissolte come neve al sole e le banche non hanno
    più voluto e potuto continuare a sostenere l’indebitamento del gruppo Fiat ed hanno preteso due cose. Di trasformare i propri crediti in azioni e che gli Agnelli tirassero fuori i soldi per
    ricapitalizzare la società. Una scelta che ha particolarmente colpito nel portafoglio la Famiglia che pensava di poter continuare a comandare grazie al collaudato meccanismo dell’ingegneria
    finanziaria, imparati nella Mediobanca di Enrico Cuccia, in base al quale gli altri azionisti, quelli piccoli, sganciano i quattrini e gli azionisti di controllo, appunto gli Agnelli, incassano
    la fetta maggiore della torta.</strong></span><br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Sentendosi cittadino del mondo, ed essendo fautore del mercato globale, Elkann senior non ha incontrato alcun problema nel dichiarare che “più si va avanti,
    più il concetto di sede non ha molto senso, visto che le grandi aziende hanno molte sedi”. Ma se la sede del gruppo Fiat-Chrysler emigrerà a Detroit, e la prima controlla la seconda, con gli
    Agnelli-Elkann che controllano il 30% circa di Fiat Auto, è inevitabile concludere che l’operazione che si ha in testa è quella di spostare il centro direttivo oltre Atlantico per permettere da
    un lato l’addio progressivo della Famiglia all’auto. E dall’altro, attraverso l’ingegneria finanziaria, creare un gruppo Chrysler-Fiat nel quale i torinesi saranno minoritari come numero di
    azioni. Toccherà quindi ai soci americani l’onere di comunicare la chiusura delle fabbriche italiane (tranne la Maserati e la Ferrari), ad una distanza di sicurezza dalla giusta rabbia degli
    operai lasciati per strada. Oltretutto, mentre la Fiat non ha investito in nuovi modelli, la Chrysler lo ha fatto. Ed ora si vive il paradosso di una controllata che sta meglio della controllante
    ed è forte di utili veri. Una peculiarità tale da rendere possibile il ribaltone azionario.</strong></span><br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Elkann ha cercato di bloccare le inevitabili polemiche contro la svolta “atlantica” sostenendo che la Fiat ha un mercato importante in Europa governato da
    Torino, uno importante in Nord America gestito da Detroit, uno in Sud America da Belo Horizonte e in Asia da Shangai. E in base a questa filosofia, dopo Fiat Auto, Elkann e Marchionne stanno per
    trasferire la sede operativa di Fiat Industrial in Inghilterra e quella legale andrà in Olanda dove, grazie ad una legislazione ad hoc, la società sarà di fatto non scalabile. E soprattutto si
    pagheranno meno tasse sulle società che in Italia.</strong></span><br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Fonte: www.rinascita.eu</strong></span>
  </p>]]></description>
        <pubDate>Sat, 25 May 2013 16:53:00 +0200</pubDate>        <guid isPermaLink="false">5194c30b387719f0a39277190d2d2cce</guid>
                <category>FOCUS ECONOMIA E FINANZA</category>        <comments>http://www.borsaforextradingfinanza.net/article-elkann-conferma-la-fiat-se-ne-va---di-andrea-angelini-118045215-comments.html#anchorComment</comments>                    </item>
      <item>
        <title><![CDATA[I dieci migliori titoli a Londra]]></title>
        <link>http://www.borsaforextradingfinanza.net/article-i-dieci-migliori-titoli-a-londra-118016938.html</link>        <description><![CDATA[<p>
    <span style="font-size: 12pt;"><strong><img src=
    "http://l1.yimg.com/bt/api/res/1.2/5_KYiZ4EFZF935b1Vkf7iw--/YXBwaWQ9eW5ld3M7Zmk9aW5zZXQ7aD0yMjU7cT04NTt3PTMwMA--/http://globalfinance.zenfs.com/images/IT_AFTP_MilanoFinanza_Live_1/TMFI201305232021313213_img913021_original.jpg"
    class="GcheTexte" alt=
    "http://l1.yimg.com/bt/api/res/1.2/5_KYiZ4EFZF935b1Vkf7iw--/YXBwaWQ9eW5ld3M7Zmk9aW5zZXQ7aD0yMjU7cT04NTt3PTMwMA--/http://globalfinance.zenfs.com/images/IT_AFTP_MilanoFinanza_Live_1/TMFI201305232021313213_img913021_original.jpg"
    height="225" width="300">Valutazioni attraenti, atteso miglioramento del quadro macroeconomico, alta esposizione internazionale, con l’80% dei ricavi delle società comprese nell’indice Ftse che
    provengono dai mercati esteri. Sono i punti di forza del listino di Londra che, nonostante la rilevante presenza di gruppi legati al settore delle commody, in deciso ribasso, ha secondo gli
    specialisti del Credit Suisse (NYSE: <a href="http://it.finance.yahoo.com/q?s=CS">CS</a> - <a href="http://it.finance.yahoo.com/q/h?s=CS">notizie</a>) un buon potenziale, con il target d Ftse 100
    (FTSE: <a href="http://it.finance.yahoo.com/q?s=%5EFTSE">^FTSE</a> - <a href="http://it.finance.yahoo.com/q/h?s=%5EFTSE">notizie</a>) a quota 7000. Ecco dieci titoli, che meritano il rating
    outperform (performance superiore al mercato).</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 12pt;"><strong>1) Kingfisher Il gruppo specializzato nel settore distributivo, che capitalizza 7,76 miliardi di sterline, si distingue per un ratio p/bv (prezzo/valore di
    libro) inferiore del 30% alla media del mercato. Il titolo, che in un anno ha reso (total return) &nbsp;il 22,3%, presenta un rendimento del dividendo (dividend yield) del
    3,1%.</strong></span><br>
    <br>
    <span style="font-size: 12pt;"><strong>2) Taylor Wimpey (Londra: <a href="http://it.finance.yahoo.com/q?s=TW.L">TW.L</a> - <a href="http://it.finance.yahoo.com/q/h?s=TW.L">notizie</a>) &nbsp;La
    società immobiliare, che opera nel Regno Unito e in Spagna, capitalizza 3,20 miliardi di sterline. In un anno il titolo ha reso il 142,6%. Ha un un p/e (prezzo/utile) del 3% inferiore alla media
    e un rendimento della cedola&nbsp;dell’1,1%.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 12pt;"><strong>3) Persimmon &nbsp;Un’altra società immobiliare, specializzata nel settore residenziale, che capitalizza 3,73 miliardi di sterline. Il titolo, che in un
    anno ha reso il 137,7%, ha un dividend yield molto elevato (6,8%).</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 12pt;"><strong>4) Bellway Il gruppo di costruzioni, che opera in Inghilterra, Galles e Scozia, capitalizza 1,58 miliardi di sterline. &nbsp;Il titolo, che in un anno ha
    reso il 96,3%, ha un rendimento del dividendo del 2,2%.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 12pt;"><strong>5) Itv &nbsp; L’operatore del settore nedia (Channel 3, Itv1, Itv2) capitalizza 5,2 miliardi di sterline. Il titolo, che in un anno ha reso l’81,7%, ha un
    rendimento della cedola del 2,5%.</strong></span><br>
    <br>
    <span style="font-size: 12pt;"><strong>6) Aberdeen Asset Man. &nbsp;Il gruppo di asset management (trust, fondi comuni, ecc), che capitalizza 5,7 miliardi di sterline, in un anno ha reso il
    103,6%. Offre un dividend yield del 3,4%.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 12pt;"><strong>7) Henderson group Un altro gruppo finanziario, che capitalizza 1,9 miliardi di sterline, con attività in Europa, Stati Uniti ed Asia. In un anno ha reso il
    92,6% e ha un&nbsp;rendimento del dividendo&nbsp;del 4,3%.</strong></span><br>
    <br>
    <span style="font-size: 12pt;"><strong>8) Bodycote Il gruppo specializzato nel settore della metallurgia capitalizza circa un miliardo di sterline e in un anno ha reso il 54%.&nbsp;Offre un
    rendimento della cedola del 2,4%.</strong></span><br>
    <br>
    <span style="font-size: 12pt;"><strong>9) Smiths group Il gruppo tecnologico, che capitalizza 5,26 miliardi di sterline, realizza il 96% dei ricavi all’estero. In un anno ha reso il 36,3% e offre
    un dividend yield del 3,2%.</strong></span><br>
    <br>
    <span style="font-size: 12pt;"><strong>10) Rotork Oltre il 94% del giro d’affari di Rotork (valvole) deriva dai mercati esteri. Il titolo, che capitalizza 2,44 miliardi di sterline, in un anno ha
    reso il 46,5%. Il rendimento della cedola è 1,7%.</strong></span><br>
    <span style="font-size: 12pt;"><strong>Fonte: http://it.finance.yahoo.com</strong></span>
  </p>
  <div class="yom-mod mod ad">
    <div class="bd">
      <p>
        <span style="font-size: 12pt;"><strong><a href=
        "http://us.lrd.yahoo.com/_ylt=AjE6vdNZX49WPytz_jZESxd64K1G;_ylu=X3oDMTIxdG1hcGtrBG1pdANGcmVlIGh0bWwgZm9yIE1pbGFubyBGaW5hbnphBHBvcwMxBHNlYwNNZWRpYUZyZWVIdG1sRWRpdG9yaWFs;_ylg=X3oDMTJxNWcza3FkBGludGwDaXQEbGFuZwNpdC1pdARwc3RhaWQDMjg5YjU5ZjctNTkxNC0zNmYzLWI4MGEtZTg0MWMwZDEyOGMzBHBzdGNhdANub3RpemllBHB0A3N0b3J5cGFnZQ--;_ylv=0/SIG=11if320k8/EXP=1370591393/**http%3A//video.milanofinanza.it/"
        target="_blank">Vuoi sapere tutto sui mercati? Gratis per te i live streaming, i commenti e gli approfondimenti degli editorialisti di Milano Finanza sul nuovo VideoCenter di Class
        Editori.</a></strong></span>
      </p>
    </div>
  </div>]]></description>
        <pubDate>Fri, 24 May 2013 09:50:00 +0200</pubDate>        <guid isPermaLink="false">16d717b8c1df4183171ef347183a95ad</guid>
                <category>MERCATI INTERNAZIONALI</category>        <comments>http://www.borsaforextradingfinanza.net/article-i-dieci-migliori-titoli-a-londra-118016938-comments.html#anchorComment</comments>                    </item>
      <item>
        <title><![CDATA[Parliamo di tasse, uscendo dagli slogan - di Roberto Romano]]></title>
        <link>http://www.borsaforextradingfinanza.net/article-parliamo-di-tasse-uscendo-dagli-slogan---di-roberto-romano-118016889.html</link>        <description><![CDATA[<div class="attribute-long">
    <p>
      <span style="font-size: 10pt;"><strong><img src="http://ts3.mm.bing.net/th?id=H.4721931014832386&amp;pid=15.1" class="GcheTexte" alt=
      "http://ts3.mm.bing.net/th?id=H.4721931014832386&amp;pid=15.1" height="203" width="300">Le tasse e i tributi sul reddito sono da sempre terreno di scontro politico. Per alcuni (Nozick)
      all’estensione della redistribuzione nessuno dovrebbe ritrovarsi in una posizione peggiore di quella in cui sarebbe senza l’intervento dello Stato. Altri legano le imposte e le tasse a un
      servizio “corrispettivo” (J. Stiglitz, “Il ruolo economico dello stato”), cioè pago le tasse in cambio di servizi. Alcuni sottolineano il ruolo delle tasse per finanziarie i servizi che
      diversamente i cittadini dovrebbero comprarsi sul mercato a prezzi di mercato. Più recentemente il dibattito politico e sindacale assegna alle tasse e alle imposte, che non sono la stessa cosa,
      un ruolo spiccatamente redistributore, in questo caso a favore dei redditi bassi e del lavoro dipendente.</strong></span>
    </p>
    <p>
      <span style="font-size: 10pt;"><strong>Andando oltre l’allocazione delle risorse e l’efficacia delle stesse, sui cui molti opinion makers hanno sottolineato i tanti (troppi) rischi della
      riduzione del prelievo fiscale, spesso si parla e si discute di fisco come se la struttura e organizzazione fosse estranea al sistema economico e ai principi maturati nel corso dell’ultimo
      secolo. Ai più sfugge che i tributi si sono sempre adattati ai modi di produzione e agli assetti patrimoniali emergenti dal sistema economico da un lato, oltre all’evoluzione del diritto che è
      diventato sempre più diritto positivo. Nel dibattito osservo troppa “approssimazione” e si assegna al fisco un ruolo “salvifico” che mal si concilia con il suo ruolo storico, cioè quello di
      fare pagare le tasse in misura proporzionale al reddito. Sono le spese pubbliche e l’erogazione di beni di merito che permette, più di altre misure, la crescita reale del reddito disponibile
      dei cittadini. In qualche modo i diritti positivi, cioè i servizi per tutti senza nessuna “corresponsione” individuale, hanno permesso lo sviluppo dell’attuale organizzazione economica.
      Diversamente dai luoghi comuni, minori tasse uguale maggiore sviluppo, un basso livello di tassazione non significa maggior benessere per i cittadini. Anzi, tanto più la società è complessa,
      tanto più è necessario adeguare non solo il livello del prelievo fiscale in generale, ma anche i presupposti di imposta. In qualche modo il livello e la qualità (alta) della vita dei cittadini
      è legata al livello e al target della tassazione e, più in generale, al peso delle entrate fiscali sul Pil. Mi rendo conto di sostenere delle tesi che sono in controtendenza all’opinione
      diffusa, ma tanto più è alta la pressione fiscale, tanto più è possibile soddisfare i diritti positivi, cioè quei diritti “presi sul serio”. Non diritti qualsiasi, ma diritti positivi che hanno
      come finalità la libertà dal bisogno dei cittadini. Sicuramente c’è anche il problema di tassare in modo uguale persone uguali, principio difficilissimo da realizzare ma su cui è possibile
      tentare ulteriori riflessioni, ma analizzando il peso delle entrate fiscali in Europa, non è difficile accorgersi della relazione diretta e proporzionale tra diritti positivi e prelievo
      fiscale. Dove esiste un’adeguata pressione fiscale si osserva un adeguato stato sociale e tassi di crescita mediamente più alti. L’alta pressione fiscale non è estranea al pensiero liberale,
      piuttosto è funzionale agli obiettivi che una società moderna vuole darsi (Lord Acton, Storia della libertà, 1884: “<em>Il miglior criterio in base al quale giudicare se un paese è veramente
      libero è il grado di sicurezza che in esso godono le minoranze</em>”.) Quindi il “dovere” di pagare le tasse ha le sue ragioni nella realizzazione di una società più giusta: “<em>Se non si
      fosse strutturato il diritto positivo, quale situazione sociale avremmo oggi e di quale libertà godremmo se attraverso l’intervento regolatore non fosse promossa l’equità di quello che alcuni
      economisti chiamano lo scambio fiscale, e se non si fossero garantiti, insieme ai diritti proprietari, anche i cosiddetti diritti “presi sul serio”, cioè i diritti di libertà dal bisogno?</em>
      (Franco Gallo, Le ragioni del fisco, etica e giustizia nella tassazione, Il mulino, 2007). Se la persona non è homo economicus ridotto a proprietà (A. Sen), ma un soggetto che vive nelle
      relazioni sociali, è perfettamente lecito tassarla per la sua capacità di realizzare reddito e relazioni legate alla società stessa. D’altra parte il mercato non potrebbe esistere senza altre
      istituzioni (Einaudi). Le tasse esistono non solo per risolvere un problema in particolare, piuttosto come un particolare esercizio di sovranità dei cittadini per soddisfare, attraverso la
      spesa pubblica, i diritti colletti positivi. Lo spartiacque è il target del tributo e della spesa pubblica. Quando si sostiene la necessità di ridurre le tasse su alcune categorie di
      contribuenti occorre prestare molta attenzione. Nel pensiero liberista i tributi sono visti come uno strumento di finanziamento della spesa per la sicurezza e la protezione dei diritti
      proprietari che si rifanno, in genere, alle cosiddette libertà negative, ma trascura, a differenza del pensiero liberale, le libertà positive civili e sociali, cioè le libertà fruibili da
      ciascun individuo nell’uguaglianza, che trovano il loro limite nella libertà degli altri e, soprattutto, non riducono l’autorità dello stato legandola “all’autorità” dei cittadini. Se si
      ritiene che la libertà si espande in senso positivo nella società solo se la si associa a obiettivi di uguaglianza, il tributo nelle moderne economie è lo strumento più idoneo per conseguire il
      fine egualitario. In questo modo i tributi non possono più essere letti con il criterio soggettivo, piuttosto devono essere considerati parte del moderno sistema di diritti proprietari e dei
      diritti positivi, senza limitazioni di nessuna natura nella pressione fiscale (art.53 della Costituzione), ovvero il legislatore è legittimato ad allargare l’area della contribuzione alle spese
      pubbliche e sociali, consentendogli di selezionare i presupposti di imposta in ragione della maggiore articolazione della realtà economica.</strong></span>
    </p>
    <p>
      <span style="font-size: 10pt;"><strong>C’è un punto che sfugge a troppi opinion makers. Il mondo è velocemente cambiato in questi ultimi 20 anni. È cambiato il paradigma tecnologico
      nell’accumulazione del capitale e l’intervento pubblico è stato costretto ad adeguarsi. In qualche modo gli insegnamenti di Musgrave si devono aggiornare e adeguare alla “rivoluzione”
      tecnologica. Il sapere e il saper fare, assieme alla conoscenza, sono la frontiera della pubblica amministrazione. Lo spostamento delle maestranze e della struttura produttiva dai settori
      maturi a quelli a maggior contenuto tecnologico deve essere “guidato” dall’azione pubblica attraverso il rafforzamento della conoscenza e lo sviluppo di un’adeguata domanda (cognitiva). Questa
      sembra essere la policy più adeguata per rinnovare l’azione pubblica e probabilmente, in prospettiva, per aumentare il salario reale dei lavoratori.</strong></span>
    </p>
  </div>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>La riproduzione di questo articolo è autorizzata a condizione che sia citata la fonte: www.sbilanciamoci.info.</strong></span><br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Vuoi contribuire a sbilanciamoci.info? Clicca <a href="http://www.sbilanciamoci.info/Finanziamoci">qui</a></strong></span>
  </p>
  <p>
    <a href="http://www.sbilanciamoci.info/Finanziamoci"><span style=
    "font-size: 10pt;"><strong>http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/Parliamo-di-tasse-uscendo-dagli-slogan-18433</strong></span><br></a>
  </p>]]></description>
        <pubDate>Fri, 24 May 2013 09:47:00 +0200</pubDate>        <guid isPermaLink="false">eba7da770165ca16857d7cb20c487012</guid>
                <category>FOCUS ECONOMIA E FINANZA</category>        <comments>http://www.borsaforextradingfinanza.net/article-parliamo-di-tasse-uscendo-dagli-slogan---di-roberto-romano-118016889-comments.html#anchorComment</comments>                    </item>
      <item>
        <title><![CDATA[Squinzi, Confindustria e le lacrime di coccodrillo - di Mario Pianta]]></title>
        <link>http://www.borsaforextradingfinanza.net/article-squinzi-confindustria-e-le-lacrime-di-coccodrillo-di-mario-pianta-118016779.html</link>        <description><![CDATA[<div class="attribute-long">
    <p>
      <span style="font-size: 12pt;"><strong><img src="http://ts2.mm.bing.net/th?id=H.4987467334027817&amp;pid=15.1" class="GcheTexte" alt=
      "http://ts2.mm.bing.net/th?id=H.4987467334027817&amp;pid=15.1" height="225" width="300">Era il 17 marzo del 2001, Confindustria aveva radunato 4800 imprenditori a Parma per incoronare Silvio
      Berlusconi come proprio candidato alle elezioni di maggio, quando fece a pezzi Francesco Rutelli. Il capo degli industriali era uno dei peggiori, Antonio D’Amato, e presentò un progetto di
      centralità dell’impresa fondato su sgravi fiscali, flessibilità, precarizzazione del lavoro. Silvio B. lo definì "la fotocopia di un programma di governo, quello che noi presenteremo agli
      italiani". Da allora, quasi tutto di quel programma è stato realizzato – solo la riduzione della tutela dal licenziamento, fermata dall’enorme manifestazione Cgil del 2002, ha dovuto aspettare
      l’arrivo del governo Monti e i voti del Pd per essere introdotta l’anno scorso.</strong></span>
    </p>
    <p>
      <span style="font-size: 12pt;"><strong>Confindustria aveva rinnovato l’invito a Berlusconi a Parma il 10 aprile 2010, davanti a 6000 imprenditori, un record di partecipazione. Allora Silvio B.
      – fresco vincitore del voto del 2008 - le aveva sparate grosse. “Non siamo un paese in declino” e i conti pubblici italiani “sono in ordine grazie a Tremonti”. L’anno prima, nel 2009, la
      recessione aveva tagliato il Pil italiano del 5,1%, ma gli industriali avevano applaudito Silvio B. che annunciava che non dobbiamo “farci toccare dal pessimismo e dal
      catastrofismo”.</strong></span>
    </p>
    <p>
      <span style="font-size: 12pt;"><strong>Ora il catastrofista siede al vertice di Confindustria, si chiama Giorgio Squinzi e ieri ha dichiarato che “il Nord è sull’orlo di un baratro” – il Sud vi
      è precipitato da decenni, ma questo allarma assai meno l’assemblea degli industriali. Lacrime di coccodrillo o retorica dell’emergenza? “Ci aspetta un grande impegno comune: fare una nuova
      Italia, europea, moderna aperta”, una grande alleanza col governo delle già larghissime intese. Ma contro chi? Contro il fisco, le banche che non danno soldi, il costo del lavoro (proprio così)
      a livelli insostenibili. Concorda il presidente del consiglio Enrico Letta, che dichiara di essere “dalla stessa parte” delle aziende. Soddisfatti i sindacati.</strong></span>
    </p>
    <p>
      <span style="font-size: 12pt;"><strong>E’ possibile che i <em>fatti</em> – per non parlare delle responsabilità per le politiche passate - siano così completamente rimossi dai discorsi
      dell’élite economica e politica di questo paese? Dall’inizio della crisi nel 2008 al 2012 il Pil italiano è crollato dell’8%, la produzione industriale - quella che interessa a Squinzi – di
      oltre il 20%, gli investimenti – quelli che dovrebbero fare i suoi associati - del 17%. L’Italia è passata nella serie B del sistema produttivo europeo <em>per effetto</em> delle politiche dei
      governi di centro-destra e di larghe intese e <em>per effetto</em> delle scelte delle imprese italiane di arricchirsi con la finanza, abbandonare innovazione e ricerca, vendere e chiudere gli
      impianti. Solo in Svizzera ci sono 150 miliardi di euro di capitali italiani trasferiti clandestinamente; se solo il 10% rientrasse in Italia per essere investito dagli associati di
      Confindustria, la ripresa invocata da Squinzi sarebbe immediata. E’ tragico che non ci sia un ministro, un politico, un sindacalista che offra questa replica, mentre un italiano su sei non
      trova – o sta perdendo – il lavoro.</strong></span>
    </p>
  </div>
  <p>
    &nbsp;
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 12pt;"><strong>La riproduzione di questo articolo è autorizzata a condizione che sia citata la fonte: www.sbilanciamoci.info.</strong></span><br>
    <span style="font-size: 12pt;"><strong>Vuoi contribuire a sbilanciamoci.info? Clicca <a href="http://www.sbilanciamoci.info/Finanziamoci">qui</a></strong></span>
  </p>
  <p>
    <a href="http://www.sbilanciamoci.info/Finanziamoci"><span style=
    "font-size: 12pt;"><strong>http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/Squinzi-Confindustria-e-le-lacrime-di-coccodrillo-18484</strong></span><br></a>
  </p>]]></description>
        <pubDate>Fri, 24 May 2013 09:40:00 +0200</pubDate>        <guid isPermaLink="false">77877f3d9344eda7609bfca843e81f14</guid>
                <category>FOCUS ECONOMIA E FINANZA</category>        <comments>http://www.borsaforextradingfinanza.net/article-squinzi-confindustria-e-le-lacrime-di-coccodrillo-di-mario-pianta-118016779-comments.html#anchorComment</comments>                    </item>
      <item>
        <title><![CDATA[Le banche non fanno più credito - di Andrea Angelini]]></title>
        <link>http://www.borsaforextradingfinanza.net/article-le-banche-non-fanno-piu-credito---di-andrea-angelini-117991806.html</link>        <description><![CDATA[<p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong><img src="http://www.rinascita.eu/mktumb640a.php?image=1369063978.jpg" class="CtreTexte" alt="http://www.rinascita.eu/mktumb640a.php?image=1369063978.jpg"
    height="258" width="500">Le banche italiane hanno i soldi per finanziare la cosiddetta “economia reale”, ossia le imprese e le famiglie, ma invece di fare quello che è il proprio compito
    istituzionale, preferiscono comprare titoli di Stato che, bene o male, gli garantiscono entrate sicure in termini di interessi. Le banche si difendono sostenendo che le imprese alle quali
    concedere nuovi affidamenti e scoperti di conto corrente sono sempre di meno, a causa della crisi economica.</strong></span><br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Ma si tratta di una tesi assurda perché è ovvio che praticare la stretta creditizia non può che trascinare nella crisi anche quelle imprese che finora sono
    riuscite a sopravvivere, sia pure con grande fatica. Imprese che, dopo aver investito in nuova tecnologia o nuovi prodotti si sono ritrovate con il fiato corto in quanto la recessione ha fatto
    crollare il loro volume d'affari. E a poco sono serviti i timidi segnali di una inversione di tendenza nell'economia globale che deve ancora basarsi sull'effetto trascinamento operato dalla Cina.
    Una ripresa che in Europa ancora non si vede considerato che la stessa Germania, che nel 2011 registrava tassi di crescita vicino al 3%, si deve contentare oggi di un più modesto 1%, proprio a
    dir bene,</strong></span><br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>L'assurdo di quanto sta succedendo è che le anche italiane esplodono di liquidità. Non c'è soltanto quella dei conti correnti della clientela, seppure
    ridotta dalla crisi per la necessità di sopravvivere del ceto medio ritrovatosi senza lavoro o con retribuzioni e pensioni insufficienti a garantire un livello appena decente di vita. Soprattutto
    le banche possono contare sui 260 miliardi complessivi ricevuti dalla Banca centrale europea tra novembre 2011 e marzo 2012. Prestiti triennali al modico tasso di interesse dell'1% e che
    l'istituto presieduto dall'ex Goldman Sachs (!) Mario Draghi aveva erogato appunto per sostenere l'economia reale. Soldi che, al contrario, le banche hanno utilizzato per ricapitalizzarsi e per
    rifarsi dalle perdite subite da investimenti andati a male o da vere e proprie speculazioni. In Italia il modello tedesco della “banca mista”, introdotto negli anni novanta, banca che
    indifferentemente opera come banca commerciale e banca di investimento ha avuto conseguenze disastrose, come testimoniano pure recenti vicende dai non indifferenti risvolti giudiziari. Anche che,
    in conseguenza della nota ed abusata cialtroneria italiana, hanno creato non pochi sconquassi che, seppure non paragonabili per entità a quelli delle banche anglo-americane, hanno messo in
    profonda crisi la gestione.</strong></span><br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Quando si finanzia una azienda della quale spesso si è anche azionista, e quando entrambe sono azioniste di quotidiani nazionali di peso, si creano
    incontrollabili conflitti di interesse perché tutte e tre le realtà saranno portate a tacere sulla situazione delle altre. Il quotidiano continuerà a parlare bene della situazione patrimoniale e
    finanziaria dell'azienda X, la banca Y continuerà a farle credito e ad offrire alla propria clientela le azioni e le obbligazioni. E chi ci rimetterà saranno sempre e comunque i piccoli
    risparmiatori, quelli che nei “salotti buoni” si definiscono il “parco buoi”, sui quali verranno scaricati gli effetti di una gestione aziendale incapace e al di sotto della legalità. Esemplari
    in tal senso sono state le vicende della Cirio e della Parmalat. Se oggi quelle vicende sembrano quasi preistoria, non è cambiato però l'atteggiamento delle banche che preferiscono finanziare i
    soliti noti anche se si tratta dei soliti noti. Quelle imprese considerate troppo grandi per fallire, o meglio per essere lasciate fallire, ma che come la Fiat, da anni, agli osservatori meno
    sprovveduti, danno l'impressione o meglio la certezza di voler smobilitare baracca e burattini in Italia.</strong></span><br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>La stretta creditizia sta così penalizzando le piccole e le medie imprese che in Italia rappresentano la spina dorsale del nostro sistema industriale. Si
    sta operando in tal modo un trasferimento di ricchezza verso le grandi industrie dell'asse padano, collocate sull'asse Torino-Milano. Uno scippo di ricchezza reale che è parallelo e funzionale a
    quello operato dalle banche, e sostenuto dalla politica, ai danni dei piccoli risparmiatori. La chiusura di migliaia di imprese e la perdita del posto di lavoro di centinaia per migliaia di
    cittadini ne è la conseguenza più eclatante. Si sta innestando in tal modo una deriva sociale ed economica che può risolversi in una situazione simile a quella greca con decine di migliaia di
    persone, esasperate dalla povertà e dalla mancanza di prospettive, e dalle ruberie dei potenti di turno, pronte a scendere in piazza e a dare l'assalto ai Palazzi del Potere e alle sedi delle
    banche, considerate tra le maggiori responsabili della crisi.</strong></span><br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Appare quindi paradossale, per non dire che si tratta di una autentica presa in giro, che Mario Draghi lamenti la stretta creditizia, in Italia come in
    Europa. Era infatti compito della Bce, anzi un preciso dovere, vincolare quei prestiti ad un loro preciso utilizzo. Chiudere le porte quando i buoi sono scappati serve a ben poco. E Draghi, che
    per ben tre anni è stato vicepresidente della Goldman Sachs per l'Europa, dovrebbe conoscere bene l'ambiente sul quale è stato chiamato a vigilare. Ma sarebbe troppo aspettarsi una cosa del
    genere da lui.</strong></span><br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Il grave è che questa tendenza delle banche ad abbandonare l'economia reale privata, e sostenere invece quella pubblica attraverso l'acquisto di Bot e Btp,
    viene vista con favore nei Palazzi romani. Le banche, questa è la tesi, in buona sostanza stanno evitando la bancarotta dello Stato e contribuiscono a tenere asso lo spread tra Btp e Bund
    tedeschi. E questo rappresenta il punto più importante per continuare a rimanere nell'euro ed evitare le rampogne della Bce, della Commissione europea e della Germania sul fatto che non stiamo
    facendo i compiti a casa. Meglio quindi, pensano i politici, avere chi ci compra i titoli pubblici che fallire. Poi, per l'economia reale si vedrà. Ma pensare che alla fine ci salveranno le
    vecchie zie, in questo caso la ripresa economica globale, non è soltanto stupido ma anche criminale.</strong></span><br>
    &nbsp;<br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>E Bankitalia va a gonfie vele</strong></span><br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Bankitalia registra un conto corrente attivo a marzo per 1.917 milioni di euro. Dai dati diffusi dalla Banca d'Italia nel bollettino intitolato “La bilancia
    dei pagamenti dell’Italia in marzo 2013” risulta che i crediti sono stati superiori ai debiti: rispettivamente 45.987 milioni e 44.070. una inversione di tendenza rispetto allo scorso anno,
    quando il saldo era stato negativo per 1.560 milioni di euro. I debiti, pari a 49.230, milioni erano stati infatti superiori ai crediti, pari a 47.670 milioni di euro. Flusso positivo per gli
    investimenti in titoli di Stato che, sul medio e lungo termine, hanno registrato un saldo netto positivo per 16,8 miliardi di euro (-31,5 miliardi di euro nello stesso mese del
    2012).</strong></span><br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Fonte: www.rinascita.eu</strong></span>
  </p>]]></description>
        <pubDate>Thu, 23 May 2013 08:55:00 +0200</pubDate>        <guid isPermaLink="false">c7b85affd11ea0fa66c57d5447393108</guid>
                <category>FOCUS ECONOMIA E FINANZA</category>        <comments>http://www.borsaforextradingfinanza.net/article-le-banche-non-fanno-piu-credito---di-andrea-angelini-117991806-comments.html#anchorComment</comments>                    </item>
      <item>
        <title><![CDATA[Stangata Iva: le associazioni lanciano l’allarme - di Ernesto Ferrante]]></title>
        <link>http://www.borsaforextradingfinanza.net/article-stangata-iva-le-associazioni-lanciano-l-allarme---di-ernesto-ferrante-117991755.html</link>        <description><![CDATA[<p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong><img src="http://www.rinascita.eu/mktumb640a.php?image=1361991201.jpg" class="CtreTexte" alt="http://www.rinascita.eu/mktumb640a.php?image=1361991201.jpg"
    height="258" width="500">Il primo luglio si avvicina e la nuova stangata sull’Iva si fa sempre più minacciosa. L’imposta sul valore aggiunto crescerà di un punto ulteriore dopo l’aumento dello
    scorso anno, passando dal 21 al 22 per cento. Ciò si tradurrà, secondo i calcoli dell’ufficio studi di Confcommercio, in un aggravio medio, per una famiglia di tre persone, di 135 euro l’anno e
    di un nuovo, devastante colpo ai consumi già ai minimi storici.</strong></span><br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Rischia di divenire non più sostenibile anche la situazione di crisi per il commercio al dettaglio: 26mila imprese del settore potrebbero scomparire entro
    fine anno. Tra Iva, scadenza Imu e Tares di dicembre, la batosta complessiva per il 2013 sarà di ben 734 euro a famiglia. Lo calcola Federconsumatori, sommando i rincari per ogni singola imposta:
    45-45 euro per la Tares; 207 euro per l’Iva e 480 euro medi per l’Imu. Leggermente diverse ma non meno preoccupanti le stime del Centro Studi dell’Associazione Artigiani e Piccola Impresa Cgia di
    Mestre. Gli aggravi di imposta sui portafogli delle famiglie italiane saranno pesantissimi: 2,1 miliardi di euro nel 2013, ben 4,2 miliardi nel 2014.</strong></span><br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Ipotizzando che i comportamenti di consumo delle famiglie italiane rimangano immutati, la CGIA stima che per un nucleo costituito da 3 persone l’aggravio
    medio annuo sarà di 88 euro. Nel caso di una famiglia di 4 componenti, l’incremento medio annuo sarà invece di 103 euro. Vino e birra tra le bevande; carburanti, riparazioni auto, abbigliamento,
    calzature, mobili, elettrodomestici, giocattoli e computer tra i non alimentari, saranno i prodotti più interessati dal salto del punto percentuale. Lancia l’allarme Giuseppe Bortolussi,
    segretario della CGIA: “Bisogna assolutamente scongiurare questo aumento.</strong></span><br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Se il Governo Letta non lo farà, corriamo il serio pericolo di far crollare definitivamente i consumi che ormai sono ridotti al lumicino con gravi
    ripercussioni economiche non solo sulle famiglie, ma anche su artigiani e commercianti che vivono quasi esclusivamente della domanda interna”. “Rispetto al 2011, conclude Bortolussi, la riduzione
    della spesa per consumi delle famiglie italiane è stata del 4,3%, una variazione negativa molto superiore a quella registrata nel biennio 2008-2009, quando, al culmine della recessione, i consumi
    avevano segnato una caduta tendenziale del 2,6%”.</strong></span><br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Fonte: www.rinascita.eu</strong></span>
  </p>]]></description>
        <pubDate>Thu, 23 May 2013 08:53:00 +0200</pubDate>        <guid isPermaLink="false">33cf0cc92e6da7244161bf637c97e6c8</guid>
                <category>FOCUS ECONOMIA E FINANZA</category>        <comments>http://www.borsaforextradingfinanza.net/article-stangata-iva-le-associazioni-lanciano-l-allarme---di-ernesto-ferrante-117991755-comments.html#anchorComment</comments>                    </item>
      <item>
        <title><![CDATA[Le banche appaltano i licenziamenti - di Stefano De Rosa]]></title>
        <link>http://www.borsaforextradingfinanza.net/article-le-banche-appaltano-i-licenziamenti---di-stefano-de-rosa-117991718.html</link>        <description><![CDATA[<p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong><img src="http://www.rinascita.eu/mktumb640a.php?image=1368025891.jpg" class="CtreTexte" alt="http://www.rinascita.eu/mktumb640a.php?image=1368025891.jpg"
    height="258" width="500">Cambiano gli esecutivi, si rinnovano, a parole, i programmi di governo, ma il desolato quadro di riferimento macroeconomico e le pessime condizioni di vita della
    popolazione rimangono immutati. Le dinamiche sapientemente messe in moto dalla speculazione nel 2007 con lo scoppio della bolla dei mutui subprime continuano a produrre gli effetti voluti:
    trasferire risorse dalla remunerazione del lavoro a quella del capitale finanziario. Un drenaggio inarrestabile che finisce per accentuare quella curva di distribuzione della quale – sempre a
    parole – chiunque sostiene la necessità di correzione.</strong></span><br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>L’ennesima conferma di ciò viene dal settore bancario, da quello stesso ambito doppiamente coinvolto dalla crisi economica sia per le cause, attraverso la
    realizzazione e la diffusione dei cosiddetti “titoli-salciccia” costituiti da crediti inesigibili, sia per le conseguenze, in virtù del cortocircuito di fiducia e liquidità riconducibile ai
    fallimenti di prestigiosi istituti di credito.</strong></span><br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>È solo di pochi giorni fa la notizia delle lettere di licenziamento ricevute dai 23 dipendenti di Eng-O (azienda del gruppo Engineering) nell’ambito di una
    procedura di mobilità avviata ai sensi della legge 223/1991. Un danno incalcolabile per i lavoratori espulsi dal ciclo produttivo al quale si aggiunge la beffa giuridico-economica dei percorsi
    seguiti e delle relative modalità di esecuzione. Soltanto diciotto mesi fa questi lavoratori erano dipendenti di Barclays Bank, ma a seguito della costituzione di una newco (la Eng-O, appunto)
    l’istituto di credito attraverso lo strumento della cessione di ramo d’azienda, ha ceduto l’attività di back office mutui ed i relativi lavoratori al gruppo Engineering (settore metalmeccanico) e
    dopo un anno e mezzo ha deciso di chiudere l’attività attraverso una procedura di liquidazione.</strong></span><br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Ciò che sconcerta e indigna non è solo l’arbitrario ricorso all’esternalizzazione di attività tipicamente bancarie ini aziende i cui rapporti di lavoro sono
    regolati da contratti nazionali estranei al mondo del credito e della finanza, ma soprattutto le giustificazioni adottate dai management: stato di crisi, abbattimento dei costi operativi,
    miglioramento di produttività e competitività. Il gruppo Engineering continua a realizzare bilanci consolidati in crescita, ad acquisire attività e rami d’azienda, a vincere appalti nel settore
    delle riscossioni, a produrre profitti, dunque a remunerare il capitale. Ma lo fa, evidentemente, a scapito del lavoro e creando ulteriori spirali recessive nel tessuto socio-territoriale dove
    viene ad operare. Ciò senza la minima assunzione di responsabilità sociale da parte di cedente e cessionario, ma con la certezza che simili accordi si riducano a concedere in appalto l’attività
    di licenziare i lavoratori.</strong></span><br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>E tutto questo mentre l’Abi in un forum organizzato a Roma sulle risorse umane in banca, nel denunciare ricavi in calo e bassi profitti, per porre rimedio
    ai fallimenti organizzativi (di processo) e commerciali (di prodotto) dei suoi manager non trova di meglio che proporre il taglio del personale e l’abbattimento delle retribuzioni. Non sarà certo
    difficile ai banchieri conseguire questi obiettivi, considerando il livello di subalternità del sindacato di categoria ai falchi di Palazzo Altieri, anche di quello – la Fisac Cgil ed il suo
    vertice – dal quale ci si sarebbe attesa ben altra azione di contrastoai progetti di esternalizzazione. Il caso Ubis (gruppo Unicredit) è emblematico. Quando si finisce per aderire acriticamente
    ad una visione di ineluttabilità dei processi economici senza neanche tentare un sussulto di orgoglio di classe vuol dire che il sindacato antagonista è morto, soppiantato da quello a vocazione
    notarile e necrologica, in perfetta sintonia con la deriva concertativa e filogovernativa delle larghe intese.</strong></span><br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Il Segretario nazionale della Fisac Cgil, Agostino Megale, presente al convegno Abi, ha puntato il dito contro le retribuzioni dei top manager e dei
    consiglieri di amministrazione. Ma la sua reazione ha peccato di ingenuità o, nella migliore delle ipotesi, di ignoranza. Il segretario della Fisac, insensibile, anzi per nulla contrario, alle
    devastanti esternalizzazioni attuate in Ubis, è sembrato all’oscuro di quanto denunciato il 6 maggio sul Wall Street Journal. Una dettagliata inchiesta dal titolo “Buybacks a Boon for Some
    Executives” aveva messo a nudo le strategie dei super manager di oltre Atlantico per tutelare i loro bonus stratosferici dalla crisi.</strong></span><br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Le vendite calano? I ricavi scendono? I profitti flettono? Nessun problema. L’importante è ancorare le retribuzioni ad un parametro particolare: non il
    fatturato, non l’utile genericamente inteso, bensì l’utile per azione, dunque un coefficiente. E allora, per aumentare il quoziente è sufficiente diminuire il denominatore. In che modo?
    Rastrellando sul mercato azioni della propria società – il buy back, appunto – in modo da far diminuire il numero di titoli sui quali ripartire i profitti e far così migliorare le performance
    gestionali “per azione”. E con esse i bonus.</strong></span><br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>In un mercato privo di frontiere tecnologiche ed economiche l’esportazione delle idee è molto semplice. Il sindacato invece di reagire con argomenti
    demagogici, stereotipati e – come evidenziato dal WSJ – sterili, farebbe bene, allora, a tornare alla sua ragione sociale e a contrastare con gli strumenti ormai dimessi del diritto (leggi e
    contratti collettivi) gli attacchi impietosi del pescecanismo finanziario e a promuovere, semmai, interventi legislativi in grado di impedire, non a parole, offese alla morale che gridano
    giustizia: licenziamenti, famiglie sul lastrico e premi milionari ai parassiti del capitalismo. Anzi: licenziamenti per ottenere premi.</strong></span><br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Fonte: www.rinascita.eu</strong></span>
  </p>]]></description>
        <pubDate>Thu, 23 May 2013 08:51:00 +0200</pubDate>        <guid isPermaLink="false">4c01a8723e7fbebe7c5ab53f757baaf9</guid>
                <category>FOCUS ECONOMIA E FINANZA</category>        <comments>http://www.borsaforextradingfinanza.net/article-le-banche-appaltano-i-licenziamenti---di-stefano-de-rosa-117991718-comments.html#anchorComment</comments>                    </item>
      <item>
        <title><![CDATA[" La Discussione" sulla separazione bancaria, salvezza dell'economia]]></title>
        <link>http://www.borsaforextradingfinanza.net/article-la-discussione-sulla-separazione-bancaria-salvezza-dell-economia-117991628.html</link>        <description><![CDATA[<p>
    <span style="font-size: 12pt; color: #008000;"><strong><em><img src="http://www.movisol.org/pix/gs-LaDiscussione.png" class="GcheTexte" alt="http://www.movisol.org/pix/gs-LaDiscussione.png"
    height="258" width="300">Riprendiamo da</em> <a href="http://www.ladiscussione.org/separiamo-le-banche-per-salvare-leconomia/" target="_blank">La Discussione</a><em>, quotidiano fondato da Alcide
    De Gasperi, un'intervista sulla separazione bancaria con Andrew Spannaus, nostro segretario nonché responsabile delle Commissioni tecniche del neonato Comitato di Liberazione
    Nazionale.</em></strong></span>
  </p>
  <p>
    &nbsp;
  </p>
  <div>
    <p>
      <span style="font-size: 10pt;"><strong>Separiamo le banche per salvare l'economia</strong></span>
    </p>
    <p>
      <span style="font-size: 10pt;"><strong>D: Dott. Spannaus, ci spieghi la vostra iniziativa. Perché avete presentato questa proposta di legge?</strong></span>
    </p>
    <p>
      <span style="font-size: 10pt;"><strong>R: Il CLN è stato costituito poche settimane fa e per lanciare la propria attività su scala nazionale ha scelto un tema di grande importanza per i
      cittadini e per le istituzioni: come salvarci tutti dalla finanza speculativa. La crisi che viviamo oggi è frutto di un processo lungo decenni, in cui si sono smantellate le protezioni a favore
      della gente e dell’economia reale, per favorire i poteri forti internazionali. Si sono tolti i limiti ai mercati finanziari, dando agli speculatori la possibilità di agire con impunità, salvo
      poi chiedere agli stati di salvarli quando falliscono! Questo meccanismo deve finire; i cittadini non possono più pagare per tenere in piedi un sistema basato sulle bolle e che distrugge
      l’economia reale. Il CLN ha deciso di batterci per il primo passo essenziale, quella della separazione bancaria.</strong></span>
    </p>
    <p>
      <span style="font-size: 10pt;"><strong>D: Come funziona questa separazione?</strong></span>
    </p>
    <p>
      <span style="font-size: 10pt;"><strong>R: Vanno separate le banche ordinarie da quelle speculative. Significa che le banche dove abbiamo il conto corrente, che ci danno il mutuo e finanziano le
      imprese produttive non potranno più operare sui mercati finanziari. Le banche ordinarie (commerciali) devono essere protette da tutto ciò che succede nel regno della speculazione finanziaria,
      dove si cerca il profitto più alto a più breve termine. Da sempre un atteggiamento di solo guadagno monetario distrugge le attività produttive; è solo negli ultimi anni che i governi hanno
      permesso agli istituti speculativi (banche d’affari) di fondersi con quelle ordinarie. Il risultato è quello che vediamo oggi: banche universali che perdono i soldi nella speculazione, e poi
      chiedono i salvataggi con la scusa di dover proteggere i risparmi della gente.</strong></span>
    </p>
    <p>
      <span style="font-size: 10pt;"><strong>D: Quando sono cambiate le leggi in questo senso?</strong></span>
    </p>
    <p>
      <span style="font-size: 10pt;"><strong>R: Negli Stati Uniti fu istituita la legge Glass-Steagall nel 1933, in risposta ai disastri finanziari che portarono alla Grande Depressione. Dagli anni
      Ottanta si è cominciato a ridurre le protezioni, spingendo l’espansione dei mercati finanziari nel nome del liberismo. Questo processo graduale, che è stato accompagnato dalla creazione di
      varie bolle speculative e dunque da una percezione di ricchezza che era in realtà fittizia, ha raggiunto il culmine nel 1999, con l’abrogazione formale di Glass-Steagall.</strong></span>
    </p>
    <p>
      <span style="font-size: 10pt;"><strong>In Italia, la trasformazione verso l’economia speculativa è partita all’inizio degli anni Novanta, non a caso nel periodo di Tangentopoli e dell’attacco
      speculativo che costrinse alla svalutazione della Lira. Allora l’Italia fu bersaglio – certamente non unico – di una campagna contro la sovranità nazionale che mirava ad aumentare il controllo
      della finanza rispetto ai governi. Così personaggi come Giuliano Amato, Mario Draghi e Carlo Azeglio Ciampi misero il Paese sulla strade delle famose “riforme strutturali”. Si trattava di
      pesante austerità da una parte – mai finita, naturalmente – e delle privatizzazioni e le liberalizzazioni dall’altra.</strong></span>
    </p>
    <p>
      <span style="font-size: 10pt;"><strong>Uno dei punti fondamentali, introdotto con il Testo Unico Bancario del 1993, fu proprio l’istituzione della banca universale, annullando la
      specializzazione che aveva mantenuto la distinzione tra diversi tipi di attività finanziarie. In questo modo le grandi banche italiane, dopo essere state privatizzate, potevano “competere sui
      mercati”. I risultati li abbiamo visti. Con la speculazione nei titoli derivati ora le banche sono in grado di perdere miliardi con operazioni finanziarie, mentre riducono sempre di più i
      prestiti alle famiglie e alle imprese.</strong></span>
    </p>
    <p>
      <span style="font-size: 10pt;"><strong>D: Dunque il problema non è partito principalmente all’estero? C’è chi dice che in Italia le banche erano più solide?</strong></span>
    </p>
    <p>
      <span style="font-size: 10pt;"><strong>R: Le grandi banche si sono via via trasformate in centri di speculazione. In Italia il processo è stato forse meno estremo che altrove, ma solo in
      termini relativi. Nei primi anni della crisi l’Italia non ha salvato le banche direttamente, come invece avevano fatto Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania; ma il periodo di calma è durato
      poco. Intanto, paghiamo i salvataggi delle banche di altri paesi attraverso i Fondi europei, che si traduce in tagli al bilancio con effetti devastanti qui a casa. Poi, oltre a salvare Monte
      dei Paschi, per esempio, ora vediamo farsi strada l’idea del prelievo forzoso. Se questo non è salvare chi ha speculato con i soldi della gente…</strong></span>
    </p>
    <p>
      <span style="font-size: 10pt;"><strong>D: L’Italia fa parte dell’Unione Europea; come può cambiare le leggi da sola?</strong></span>
    </p>
    <p>
      <span style="font-size: 10pt;"><strong>R: La politica dell’Euro si sta dimostrando un fallimento totale. La BCE ha imposto una ricetta su numerosi paesi che ha provocato il crollo dell’economia
      e rimosso ogni prospettiva per il futuro. Non possiamo fidarci dell’UE, ma dobbiamo prendere l’iniziativa per il cambiamento. Il CLN chiede il recesso dal Trattato di Lisbona, dunque vogliamo
      riappropriarci della sovranità in termini di decisioni economiche. La cooperazione tra le nazioni europee va benissimo, ma non si può accettare una dittatura della finanza, anche se attuata
      sotto un altro nome.</strong></span>
    </p>
    <p>
      <span style="font-size: 10pt;"><strong>D: Ci sono altri paesi in cui si discute di questo cambiamento?</strong></span>
    </p>
    <p>
      <span style="font-size: 10pt;"><strong>R: La lista è lunga, e parte soprattutto dagli Stati Uniti, dove è in corso una mobilitazione nazionale guidata dal movimento di Lyndon LaRouche che sta
      organizzando i cittadini e anche i parlamenti dei singoli stati a sostegno del ripristino della legge Glass-Steagall. Un disegno di legge è stato già introdotto alla Camera dei Rappresentanti,
      con oltre 60 co-firmatari.</strong></span>
    </p>
    <p>
      <span style="font-size: 10pt;"><strong>Se ne parla anche in molti paesi europei, ma per ora le proposte da parte delle istituzioni sono più che altro fumo negli occhi, versioni molto deboli che
      non porranno affatto fine ai salvataggi bancari e il saccheggio dell’economia reale.</strong></span>
    </p>
    <p>
      <span style="font-size: 10pt;"><strong>D: Perché una raccolta firme? Non sarebbe meglio trovare un partito disposto a portare avanti la vostra proposta?</strong></span>
    </p>
    <p>
      <span style="font-size: 10pt;"><strong>R: Molti politici si sono interessati alla questione della separazione bancaria, da Oskar Peterlini a Giulio Tremonti ad alcuni esponenti della Lega Nord.
      Tuttavia, le proposte da loro fatte sono state insabbiate dai poteri forti, senza riuscire ad allargare le forze in campo.</strong></span>
    </p>
    <p>
      <span style="font-size: 10pt;"><strong>Non basta qualche voce isolata, ci vuole una mobilitazione popolare. Questo è il senso della raccolta firme del CLN: mobilitare la popolazione intorno ad
      una misura essenziale per il nostro futuro, e costringere le istituzioni ad assumere le loro responsabilità.</strong></span>
    </p>
    <p>
      <span style="font-size: 10pt;"><strong>Fonte: http://www.movisol.org/13news090.htm</strong></span>
    </p>
  </div>]]></description>
        <pubDate>Thu, 23 May 2013 08:47:00 +0200</pubDate>        <guid isPermaLink="false">ed14756a2dc4a5b2dad8ec4a654713c7</guid>
                <category>FOCUS ECONOMIA E FINANZA</category>        <comments>http://www.borsaforextradingfinanza.net/article-la-discussione-sulla-separazione-bancaria-salvezza-dell-economia-117991628-comments.html#anchorComment</comments>                    </item>
      <item>
        <title><![CDATA[Visite fiscali inutili]]></title>
        <link>http://www.borsaforextradingfinanza.net/article-visite-fiscali-inutili-117966561.html</link>        <description><![CDATA[<p class="first">
    <span style="font-size: 10pt;"><strong><img src="http://ts4.mm.bing.net/th?id=H.4579320933976191&amp;pid=15.1" class="GcheTexte" alt="http://ts4.mm.bing.net/th?id=H.4579320933976191&amp;pid=15.1"
    height="200" width="300">Nessun blocco delle visite fiscali, ma solo una riduzione per il taglio di spesa cui è soggetto l'Inps. A chiarire la posizione dell'ente previdenziale, dopo le polemiche
    delle associazioni sindacali dei medici circa la sospensione dell'Inps delle visite di controllo sui lavoratori in malattia, è il direttore generale, Mario Nori, in un comunicato stampa di
    ieri.</strong></span><br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>E lo fa mostrando i dati. Nel 2012, spiega, le visite disposte d'ufficio hanno permesso la riduzione della prognosi nel 9% dei casi (83 mila su 900 mila
    visite), contro il 5,5% nel caso di visite di controllo richieste dalle aziende. In tutto, nell'anno 2012, sono state poco più di 1,2 milioni le visite mediche di controllo effettuate. Di (KSE:
    <a href="http://it.finance.yahoo.com/q?s=003160.KS">003160.KS</a> - <a href="http://it.finance.yahoo.com/q/h?s=003160.KS">notizie</a>) queste 900 mila quelle disposte d'ufficio dall'Inps, per una
    spesa complessiva di circa 50 milioni di euro (circa 50 euro a visita), perché le visite eseguite d'ufficio restano a carico dell'Inps; quelle richieste dalle aziende, invece, vengono pagate
    dalle aziende stesse e, in questo caso, nel corso del 2012 ne sono state richieste meno di 300 mila. Quanto ai risultati, l'esito delle visite d'ufficio ha portato a una riduzione della prognosi
    in 83 mila casi, ossia al 9% del totale delle visite eseguite; un risultato comunque quasi doppio di quello delle visite richieste dalle aziende, dove su 295 mila visite effettuate solo 16 mila
    volte si è giunti a una riduzione di prognosi, cioè nel 5,5% dei casi. «Proprio in relazione a questi risultati, oltre che alla drastica riduzione delle spese di gestione cui è stato sottoposto
    l'istituto», ha spiegato Nori, «per quest'anno è stata decisa una riduzione delle visite: l'Inps non ha mai parlato di sospensione. Una riduzione a circa 100 mila visite per il 2013, forti
    dell'esperienza costruita con un sempre più sofisticato sistema di datamining, ci porterà a far crescere la percentuale dei risultati di riduzione di prognosi, pur in presenza di una sensibile
    diminuzione del numero di visite eseguite».</strong></span>
  </p>
  <div class="yom-mod mod ad">
    <div class="bd">
      <p>
        <span style="font-size: 10pt;"><strong><a href="http://www.italiaoggi.it/">Per ulteriori informazioni visita il sito di Italia Oggi</a></strong></span>
      </p>
      <p>
        <span style="font-size: 10pt;"><strong><cite class="byline vcard">Scritto da di Carla De Lellis | Italia Oggi</cite></strong></span>
      </p>
    </div>
  </div>]]></description>
        <pubDate>Wed, 22 May 2013 08:03:00 +0200</pubDate>        <guid isPermaLink="false">154c3018ee38a0e48c343af7ab7753ad</guid>
                <category>SOCIETA' E DINTORNI</category>        <comments>http://www.borsaforextradingfinanza.net/article-visite-fiscali-inutili-117966561-comments.html#anchorComment</comments>                    </item>
  
 </channel>

</rss>