Pubblicato da borsaforextradingfinanza

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È la madre di tutte le inchieste. Quella che rischia seriamente di mettere sotto scacco una buona fetta della piazza finanziaria ticinese. E si gioca al tribunale di Como, davanti al giudice dell'udienza preliminare che alla fine del mese prossimo deve decidere se accogliere la richiesta del procuratore della Repubblica Mariano Fadda e mandare a giudizio, dunque a processo, 53 tra direttori, alti funzionari delle principali banche di Lugano e Chiasso e fiduciari accusati, con responsabilità diverse d'aver portato da una parte all'altra della dogana oltre trenta milioni: una media di 800 mila euro al giorno. Un ritmo incalzante, frenetico. Il passaggio è delicato, complesso: ogni indagato porrà un' eccezione, contesterà le accuse. Tra loro nomi di spicco della finanza, come Michele Moor di Wegelin (sebbene coinvolto in maniera marginale nella vicenda) e l'ex responsabile della Arner Nicola Bravetti, e poi dirigenti dell'Euromobiliare di Lugano, della Pkb Privatbank, della Finter Zurich Bank, della Cial-Cic e di Bps.

Contro Fadda, un magistrato tosto, capace di smaltire agevolmente una gran mole di lavoro, che dopo un periodo in trincea in Sardegna ha seguito fascicoli complicati e spinosi a Como, è puntata l'artiglieria di oltre sessanta avvocati pronti a impallinarlo sul piano procedurale e a smontare il suo impianto accusatorio. Perché questa inchiesta può diventare un precedente: l'accusa è di associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio. In pratica soggiace a questa contestazione anche chi riceve e reimpiega "soldi sporchi", perché sottratti al fisco, dunque allo Stato, o comunque di provenienza poco chiara. Ipotesi che in Italia poggia su norme precise, differenti da quelle svizzere, comunque molto avanzate in questo campo. Come ha ricordato il quotidiano "La Provincia" di Como una prima partita Fadda l'ha vinta: è stata respinta un' eccezione di incompetenza territoriale, cioè il tentativo di fare dell'inchiesta uno "spezzatino" distribuendola tra diverse Procure italiane e in Ticino attraverso la trasmissione degli atti (secondo la provenienza degli imputati). Ma il giudice delle udienze preliminari Maria Luisa Lo Gatto ha respinto l'ipotesi, confernando Como come sede naturale. Non solo: ha convalidato le intercettazioni telefoniche alla base dell'inchiesta (quasi 70 utenze), sostenendo che anche un cellulare svizzero è intercettabile se il traffico telefonico viene agganciato in una cella italiana. E dalle chiamate, dato importante, affiora il sofisticato meccanismo che ha permesso di svelare l'evasione. Tutto è contenuto in diversi faldoni e comincia il 4 ottobre del 2004 quando la Finanza intercetta un personaggio totalmente sconosciuto all'erario con 250 mila euro.

I banchieri chiamavano - secondo la ricostruzione dei magistrati - gli "spalloni" e li mandavano a prendere i soldi dai clienti che poi finivano in cassaforte. Per evitare di sbagliare persona ogni volta c'era una sorta di password, parole d'ordine spesso legate al calcio. Tipo: "Chi vincerà lo scudetto?". Risposta: "La Juventus". Le valigette colme di contante passavano la dogana a bordo di auto guidate da personaggi insospettabili. Corrieri discreti, abbottonatissimi. Scelti con cura da quella che è stata definita una sofisticata organizzazione per trasferire soldi dall'Italia alla Svizzera. Naturalmente l'inchiesta, che è stata lunga a complicata, dovrà reggere l'onda d'urto dell'aula se si arriverà al processo.( Fonte: www.caffe.ch/ mspignesi@caffe.ch)

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